Amnesia digitale: cosa significa ricordare e come è cambiata la memoria nell’era di Internet e degli smartphone

brain-smartphoneL’“amnesia digitale” è l’esperienza di dimenticare larga parte delle informazioni che vengono salvate in un dispositivo digitale al quale si assegna il compito di memorizzarle al posto della mente. In pratica, si tende a dimenticare quasi tutto quello che si può trovare rapidamente in uno smartphone, in un computer o direttamente sul web. Ad approfondire questo tema è uno studio effettuato in maggio 2015 da Kaspersky Lab con il supporto della società di ricerche statistiche e sondaggi d’opinione Opinion Matters: è stato chiesto a un campione di 1.000 utenti americani di entrambi i sessi e di età compresa tra 16 e più di 55 anni cosa ricordassero dei dati immagazzinati nei propri device digitali e dei risultati delle ricerche fatte sul web.

Il punto centrale dello studio è l’evidenza che soltanto un utente su tre memorizza o prende nota di informazioni che ritiene importanti. Inoltre la maggior parte non si pone il problema di rischiare di dimenticare quelle informazioni che possono facilmente trovare o recuperare online. Quando hanno la necessità di rispondere a una domanda, circa il 50% degli intervistati di tutte le fasce d’età cercano online prima di utilizzare altri strumenti, senza neanche tentare di ricordare quello che già hanno imparato. Solo il 39,3% prova innanzi tutto a riflettere per cercare l’informazione tra i propri ricordi. Quando un’informazione è stata trovata online, poco meno del 60% del campione non prende nessun appunto, mentre il 28,9% dimentica l’informazione subito dopo averla utilizzata (percentuale che diventa del 35,5 se ci si riferisce agli intervistati con un’età compresa tra 35 e 44 anni).

Particolarmente interessante è che il 61,0% ritiene che non sia necessario ricordare contenuti che si possono trovare online, mentre invece quello che conta è ricordare dove possono essere ritrovati. Vale lo stesso per informazioni memorizzate su dispositivi digitali, come i numeri di telefono: solo un’esigua parte di quelli di frequente utilizzo vengono ricordati a memoria, mentre numeri importanti che venivano utilizzati quando gli stessi utenti avevano 15 anni – e quindi non disponevano di strumenti digitali – sono ricordati perfettamente dal 67,4% degli intervistati.

In questo contesto, quando si fa riferimento ai dati conservati nei dispositivi digitali in possesso degli intervistati – prevalentemente smartphone e computer – l’impatto emozionale derivante dalla rottura dei device o dal loro smarrimento ha connotazioni molto negative. Il 45% afferma che buona parte delle informazioni memorizzate in questi dispositivi non potrebbero più essere recuperate, mentre il 24,9% sa bene che gli smartphone custodiscono un tesoro di informazioni di contatti relazionali (numeri di telefono, indirizzi, ecc.), immagini e altri contenuti personali che una volta perdute metterebbero in gravissima difficoltà gli utenti, privandoli di una quantità di dati assolutamente indispensabili o che registrano in modo unico e irripetibile momenti di vita significativi.

I risultati di questa ricerca si prestano a diverse interpretazioni, ma sarebbe erroneo pensare che Internet e l’uso dei dispositivi digitali stiano portando a non tenere più a mente le informazioni importanti. In realtà è proprio l’attribuzione del valore di importanza a un’informazione che è cambiata. In generale, il cervello umano tende ad acquisire e catalogare le informazioni in modo da ottenere il miglior risultato con il minimo sforzo, per cui, quando non subentrano forme nevrotiche di vario genere (per esempio di tipo ossessivo), attua costantemente una selezione delle informazioni in modo da dare rilievo prevalente a quelle indispensabili. Non è un’operazione che avviene a livello cosciente, per lo più si attua a livello prelogico: ogni persona – in base al suo stile di vita, alle sue abitudini, alla sua cultura e alle variabili tipiche del suo modo di rapportarsi al mondo circostante – distingue in modo pressoché automatico ciò che può tornare utile, interessante o appagante da ciò che non ha queste caratteristiche e che quindi si può evitare di memorizzare.

L’uso di un dispositivo digitale sottrae importanza a un’informazione, dal momento che il compito di immagazzinarla fino al momento in cui serve viene demandato proprio al dispositivo stesso. Quello che diventa importante è la memorizzazione di come recuperare l’informazione, non più il contenuto dell’informazione.

Ovviamente si stabilisce in questo modo un rapporto di dipendenza psicologica nei confronti sia di Internet che dei dispositivi digitali, che si esplica sia sul piano delle attività cognitive – conoscere diventa inscindibile dalla possibilità di essere online – che su quello delle dinamiche emozionali – il dispositivo digitale viene percepito come parte integrante della propria dimensione psichica e strumento irrinunciabile della propria relazione con il mondo e per il mantenimento della propria rete sociale.

Piuttosto che di amnesia digitale, sarebbe dunque più opportuno parlare di un nuovo modo di intendere la memoria, che non fa più tanto riferimento al contenuto dell’informazione quanto alle metodologie del suo recupero. Da questo punto di vista, la quantità di nozioni – prevalentemente di tipo tecnico – che ogni giorno gli utenti digitali devono acquisire ex novo e ricordare è incredibilmente rilevante, se si pensa alla complessità dei dispositivi tecnologici attuali e la velocità impressionante con cui le loro logiche di utilizzo vengono modificate nel tempo. In questo senso, se per un verso si è perduta la necessità di ricordare contenuti specifici, dall’altro la mente dell’utilizzatore digitale oggi è sottoposta al più alto grado di sollecitazioni da sempre nella storia dell’umanità, sia dal punto di vista dei processi di apprendimento – che sono diventati un flusso continuo e permanente che non ha più termine –, sia da quello della quantità di informazioni di ogni genere che ciascuna persona oggi deve gestire. Tutt’altro che amnesia, quindi: semmai un’overdose di informazioni da tenere a mente, ma di tipo diverso da quelle tradizionali, visto che i contenuti in sé non serve più ricordarli.

Le domande cruciali che a questo punto ci si deve porre sono: la mente umana, per quanto sia adattabile, è effettivamente in grado di reggere a uno stress di questa portata? Ci saranno effetti collaterali nel tempo in termini di nevrosi o altre patologie psichiche? E l’intero contesto sociale quali effetti subirà nei prossimi anni da questo cambiamento epocale del modo di usare la mente? Sono tutte questioni alle quali in un futuro immediato dovremo trovare una risposta.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...