:: COMUNICAZIONE DIGITALE E MEDIA DIGITALI: QUALE FUTURO PER L’UOMO E LE SUE OPERE?

Di Arianna Bernardini e Pierluigi Emmulo

Cosa resta dei prodotti della comunicazione basata sui media digitali una volta che il processo stesso della comunicazione termina?

Intorno a questo interrogativo Livio Milanesio, art director e docente all’Istituto Europeo di Design e alla scuola Holden di tecniche della narrazione, dispone in un suo articolo (“L’insostenibile leggerezza del digitale”) una serie di incalzanti riflessioni, che culminano in una presa di coscienza amara e disillusa: «Noi digitali non stiamo lasciando un segno. Una latente consapevolezza nel fatto che quello che si sta facendo con tanta fatica e abnegazione creativa e manageriale vada a finire in un prematuro dimenticatoio ci perseguita».

La motivazione addotta è che «ciò che accade nel mondo digitale è sempre un po’ più traballante, passeggero. Basta aspettare un po’, far finta di niente e tutto passa. Come creativi e strateghi occidentali questo è frustrante. (…) Noi siamo gente del marmo, della stampa, delle torri d’acciaio e cemento armato. Restare con un pugno di mosche dopo un incauto reset è brutalmente frustrante». Le conseguenze subite sono in qualche modo disarmanti: «Dobbiamo convivere con la certezza che anche quando abbiamo la fortuna di tirar su un piccolo capolavoro di comunicazione, ci è negata la possibilità di potercene vantare con i posteri. (…) E così le mie figlie avranno un compagno di scuola figlio di architetto che potrà indicare un casermone pavesato di biancheria al sole e dire ‘quello l’ha fatto papà’, mentre loro, le mie eredi, tenteranno ancora una volta di spiegare con iperboli, metafore ed esempi che cosa ha fatto il papà negli ultimi quindici anni».

C’è una causa per tutto questo disciogliersi del sapere e del merito delle opere digitali, ossia «manca l’essenza di quel che facciamo: l’interazione». L’interazione, che genera l’opera e il risultato, sfugge e non si può contenere. La negoziazione del senso e l’adattamento delle competenze all’azione si perde alla consegna del risultato. E quest’ultimo, quasi sempre, è finalizzato a un utilizzo strumentale. Serve a fare vendere qualcosa, a informare di qualcos’altro, a convincere qualcuno o semplicemente a riempire un vuoto con qualche contenuto, in attesa che un altro riempimento arrivi e scalzi il precedente. Insomma, il prodotto dell’universo della comunicazione digitale, potremmo dire interpretando il pensiero di Milanesio, è sempre un prodotto di consumo. Che, come tale, è destinato a svanire senza lasciare traccia.

Una visione pessimistica. In cui il particolare trionfa sull’universale. E in questo caso l’universale è il processo stesso della comunicazione, dei suoi strumenti e dei suoi prodotti. Il problema infatti è che, se è incontrovertibile che la comunicazione, per sua natura, è intangibile e al termine del processo in cui due o più persone si scambiano messaggi non resta nulla del processo stesso al di là del ricordo di chi lo ha vissuto, dall’altra parte l’inventore del processo stesso può essere ricordato. Due persone che parlano utilizzando un telefono non lasciano traccia di sé (se non nell’eventuale intercettazione che qualcuno può fare del loro dialogo), ma l’inventore dello strumento telefono è celebrato finché la storia dura. Si onora chi ha fornito lo strumento, non chi ne fa uso. Così come nell’universo digitale non si ricorda, per esempio, chi naviga sul web, ma chi ha messo il web in condizione di esistere, ossia, per esempio Tim Berners-Lee. Il mezzo è, in questo caso, l’opera. Un’opera che consiste nell’offrire a milioni di altre persone la possibilità stessa di fruirne e di utilizzarla. Un’opera senza contenuto, puro strumento, il cui contenuto è l’uso fattone dalle altre persone. Questo è il primo livello universale di permanenza.

Poi c’è un secondo livello universale di permanenza. Utilizzando strumenti e tecnologie digitali, le persone possono creare qualcosa di unico e di assolutamente originale. Per esempio, film come “Avatar” o “Il Signore Degli Anelli”. Musica elettronica, come quella dei Massive Attack. O prendere spunto dalla tecnologia per creare contenuti letterari basati sull’immaginario tecnologico, come nei romanzi di Isaac Asimov o di Philip H. Dick. Insomma, la tecnologia diventa contenuto o strumento per la creazione di nuovi contenuti. Ovviamente, questi devono avere un valore riconosciuto e condiviso per essere ricordabili e celebrabili. Indipendentemente dal loro valore d’uso: anche una pubblicità può essere un’opera ricordabile, ma chiaramente deve avere dei requisiti che la pongano al di sopra del suo fine immediato, che è quello di fare vendere qualcosa.

Anche in questo secondo caso l’artefice viene ricordato. Ma, naturalmente, deve avere creato qualcosa di veramente speciale. Altrimenti è solo uno dei tanti, nient’altro che un operatore della comunicazione creativa che si perde nel mare magnum di migliaia di altri operatori che svolgono la loro onesta professione senza fare nulla che meriti di essere distinto. Ma questo non è un problema dell’universo digitale. È un problema della società umana. È così anche tra gli architetti, il cui lavoro si risolve nel mettere insieme qualcosa che più concreto non è possibile pensare: mattoni, cemento, ferro e altri materiali a comporre un edificio. Ma solo pochi meritano di essere ricordati. Gli altri possono solo accontentarsi di indicare ai propri conoscenti che un certo palazzo, uguale ad altri mille palazzi, è stato progettato da loro, con idee che non differiscono da quelle di una pletora di altri architetti che hanno costruito tutti gli altri palazzi che lo circondano.

La durevolezza e la materialità dell’opera non basta a consegnare alla memoria il suo artefice. È la sua pensabilità, l’idea originale e innovativa che sta a monte, a renderla unica e memorabile. Ossia la stessa qualità che permette a persone come James Cameron o Peter Jackson di rimanere immortali nella storia dell’arte cinematografica digitale e di relegare le animazioni grafiche della maggior parte dei creativi del pianeta in un comprensibile e legittimo dimenticatoio. Se si vuole mostrare alla propria figlia il frutto del proprio lavoro basterà salvare il file su un supporto abbastanza duraturo e farlo vedere sullo schermo di un computer premettendo “Questo l’ha fatto papà”. Dato che il valore e la comprensibilità di un’opera non dipendono dalla sua fisicità, ma dalla sua pensabilità, la figlia capirà benissimo di cosa si tratta e potrà comunque andarne fiera e magari mostrare alle amichette il video del padre con orgoglio.

E l’interazione? Può essere salvata in qualche modo? Questo è il terzo livello universale di permanenza. Ossia cosa genera l’opera, quali rapporti sociali producono il risultato finale. Anche l’artista più schivo e introverso produce l’opera grazie a una serie di condizionamenti e relazioni sociali, che rappresentano uno stimolo o un vincolo oppure scatenano un desiderio di rivalsa. Il complesso di relazioni e di interazioni sono il modo stesso di esistere dell’umanità. Sono quel continuum che rimane al di là di ogni realizzazione particolare in cui volta per volta si sostanzia. La singola interazione è uno strumento che porta alla realizzazione dell’opera. Ciò che si ricorda è quest’ultima, non le discussioni e le riflessioni che hanno portato a concepirla. Tutti questi aspetti, se restano, sono materia di archeologia del sapere e territorio di studiosi di nicchia, che dedicano il loro tempo a recuperare tracce della genesi del risultato creativo, spesso nella speranza di individuare le regole arcane e indecifrabili che, una volta ricomposte, permettano di rigenerare l’opera stessa o di comprenderne la sostanza. Per sua stessa natura, tuttavia, l’opera compiuta ha un valore indipendente da qualsiasi percorso seguito per realizzarla: qualsiasi mistica dell’atto creativo, che può raccontare la costruzione dell’opera, di certo non può riconsegnare né l’opera né il suo senso.

Dobbiamo rassegnarci alla nostra natura di esseri umani e accettare che le nostre interazioni, per loro stessa essenza, hanno un senso solo per chi le vive e nel momento stesso in cui vengono esperite. Possono essere rappresentate, raffigurate in un testo, ma allora sono qualcos’altro, non sono più interazioni vere, proprio perché sono immagini di persone e non più persone autentiche, con il loro flusso pulsante di azioni e comunicazioni interrelate. Le interazioni sono destinate a perdersi, sempre e comunque. Indipendentemente dal fatto che vengano realizzate in modo analogico o digitale.

In sostanza, per chiudere, il problema non è la digitalità. Il digitale è solo uno strumento, un modo in cui gli esseri umani possono espandere le loro relazioni e la loro creatività. Tutti i limiti sono nella natura stessa dell’essere umano. E, mutatis mutandis, sono gli stessi limiti e problemi incontrati ogni volta che un atto aspiri ad essere creativo.

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