:: IL FUTURO DEI SOCIAL NETWORK: IL PARADOSSO DELLA NON COMUNICAZIONE (PARTE 2)

Il rapporto svantaggioso segnale-rumore

Noia o inconcludenza sono state le cause principali di estinzione – o le barriere insormontabili alla crescita – di Second Life: gli utenti si annoiavano, perché non riuscivano a trovare delle vere ragioni di coinvolgimento e di soddisfazione dei propri obiettivi in un mondo virtuale in cui le relazioni tra gli iscritti erano rarefatte o prive di reale interesse.

In Facebook il problema della rarefazione non c’è, anzi c’è il problema inverso: rapidamente il membro del social network viene sommerso di messaggi e contenuti che ininterrottamente lo bombardano, aumentando tanto più quanto più elevato è il numero degli amici. Il problema è però la qualità e l’interesse di questi contenuti: la maggior parte di questi risulta ripetitiva o insulsa se non addirittura fastidiosa.

La relazione tra le persone, cardine e fulcro su cui posa il modello stesso di social network, è poi quasi sempre priva di fondamento. Molto divertente il modo in cui Chad Mumm su Switched descrive questa quasi totale assenza di interesse per le relazioni con gli amici di Facebook: «Ti devi aspettare di ricevere la richiesta di amicizia da zii pazzi, ex fidanzate o ex mogli fuori di testa e conoscenti del tutto insignificanti. ‘È solo una richiesta di amicizia’ ti dici e per non urtare la loro sensibilità confermi la loro richiesta. Una settimana dopo, quando ti avranno importunato ogni giorno, invitato a tutti i loro stupidi eventi e mostrato ai tuoi genitori le foto della tua gita segreta a Las Vegas, ti verrà il desiderio di mettere un muro intorno al computer. Per fortuna, puoi regolare le condizioni di privacy in modo da adattarsi a specifici utenti, definendo esattamente quello che gli è concesso vedere. In questo modo potrai andare avanti ad accettare richieste di amicizia da Zio Svitato. Basta che ti accerti di avere settato il sistema in modo che lui possa vedere solamente le immagini del tuo profilo e i tuoi programmi televisivi preferiti». In buona sostanza, osserva Mumm, «a un certo punto nella sua crescita, l’infrastruttura di Facebook è diventata incapace di gestire l’incredibile volume di informazioni in ingresso. Il problema è il rapporto segnale-rumore, cioè la differenza tra le cose verso cui nutri interesse (per esempio le foto della tua nipotina appena nata) e le cose verso cui non ne hai alcuno (come le foto degli amici dei tempi del liceo che hanno perso i sensi dopo avere bevuto troppo)».

A questo si sovrappone anche la natura paretiana dei social network, ossia la caratteristica per cui una piccola parte degli utenti iscritti (orientativamente approssimabile intorno al 20%) produce la più ampia quantità dei contenuti disponibili (circa l’80%). In altri termini, la maggior parte degli utenti è prevalentemente passiva o estremamente limitata nella contribuzione di contenuti, mentre un ristretto gruppo di iscritti è tendenzialmente compulsivo, arrivando a introdurre interventi alla frequenza di più volte in un’ora nell’arco della giornata. In ogni collezione di amici che un utente può avere, un 20% circa appartiene a questa categoria. Unendo questa circostanza con il fatto che la maggior parte degli amici che ogni utente ha fornisce normalmente contenuti poco interessanti perché il livello di condivisione di interessi è minimo, si ha come effetto che la maggior parte dei contenuti che iniziano a invadere il proprio desktop di Facebook è prevalentemente costituito da spazzatura.

In sintesi, il problema è tutto qui: la possibilità di discernere in modo rapido e sicuro tra relazioni, temi e comunicazioni significativi, che fanno parte del proprio universo di interessi, e tutto ciò che di fatto è solo disturbante. Per scremare ciò che davvero appare interessante da quello che non lo è si impiega una certa quantità di energia: quando diventa eccessiva, ossia quando per trovare una cosa di proprio interesse un utente deve frugare tra centinaia di messaggi e informazioni del tutto inutili, il bilancio diventa negativo e l’effetto è l’aumento della noia, che porta presto o tardi a ridurre la frequentazione del portale o addirittura all’abbandono.

Il caso Twitter: un micromondo a parte

Nel caso di Twitter, a questo problema tipico di tutti i social network generalistici si somma l’asfitticità estrema dei contenuti fruibili. Scegliere di diventare follower di un altro utente significa comunque accontentarsi di messaggi che imitano il linguaggio degli SMS, giustificato appieno finché si comunica attraverso un cellulare, ma molto deludente quando alla portata di un click si può passare su uno spazio in cui godere di contenuti di gran lunga più ricchi e coinvolgenti. Se si utilizza Twitter per esprimersi, già dopo poche volte è facile avvertire il senso di fastidio derivante dalla necessità di dovere contare ogni battuta per riuscire a fare restare il messaggio nel limite dei 140 caratteri. Problema che non si pone se si deve solo dare conto del proprio umore momentaneo o di un’azione vista o compiuta, ma che diventa insopportabile se si vuole esprimere qualche pensiero leggermente più articolato. Tanto basta per allontanare l’interesse: a un rapporto segnale-rumore svantaggiosissimo si aggiunge l’estrema banalità e insipienza della quasi totalità dei messaggi ricevuti e la fatica da compiere per condensare i propri. Facile allora spiegare l’altissimo tasso di abbandono.

A ben vedere, il microblogging in stile Twitter ha un senso laddove si trovi affondato in un contesto più ampio di altri contenuti stimolanti, nel quale si inserisce come un modo per snellire la comunicazione e la fruizione accelerandone il ritmo. Molto interessante anche come strumento di comunicazione aggiuntivo quando si fa uso di cellulari o smartphone, vista la rapidità dell’inserzione di messaggi e la maggiore semplicità nella fruizione rispetto alla maggior parte del web su mobile. Ma l’utilizzo del portale web Twitter, come un universo in sé compiuto e autonomo, ha tutte le carte in regola per rappresentare una moda passeggera, destinata a perdersi nel mare magnum delle prossime proposte innovative della Rete.

Il paradosso delle relazioni

Ricapitolando, i due problemi fondamentali che possono rappresentare la prima ragione dell’evoluzione dei social network generalistici sono l’eccessiva quantità di contenuti poco interessanti e, paradossalmente, la scarsa qualità delle relazioni che si riesce a instaurare tramite i social network. Questo secondo problema merita qualche ulteriore riflessione, prendendo ancora in considerazione Facebook. Fatti cento gli amici che un utente può avere, solitamente non più di una decina sono persone che conosce abitualmente, che frequenta anche nel mondo reale e con le quali non necessita di Internet per mantenere o fare progredire il rapporto; non più di una ventina circa sono le persone conosciute tramite gruppi di interesse comune, con le quali è nato un qualche tipo di dialogo su alcune tematiche in particolare, ma con le quali difficilmente si trova l’occasione di scambiarsi pareri su altri temi, come quelli della vita privata o dei sentimenti; un’altra piccola percentuale è costituita da parenti ritrovati o amici di cui si era persa ogni traccia molto tempo fa (probabilmente proprio perché non si aveva niente da dirsi già allora…), con i quali, superato l’entusiasmo iniziale, bastano pochi messaggi privati o pubblici per riportare i punti in comune e l’interesse in prossimità dello zero, annullando ogni prospettiva ulteriore di dialogo; il resto, che non è mai inferiore al 50% del totale, sono persone che ci si ritrova ad avere come amici per le ragioni meno prevedibili, ma con le quali accade molto di rado o mai di tenere conversazioni durature e anche solo minimamente stuzzicanti. All’interno di questo campionario, di tanto in tanto capita anche di trovare qualche persona con cui scatta un’intesa forte e galvanizzante, che spesso finisce per svilupparsi anche al di fuori del social network e in qualche caso anche al di là di Internet. Ma sono casi abbastanza isolati. Escludendoli, ci si ritrova ad avere una percentuale pari ad almeno il 90% dei propri contatti che costituiscono un pubblico del tutto esterno e distaccato rispetto a quanto si comunica loro e che di contro carica una massa ingente di contenuti che nella larga maggioranza dei casi risultano assolutamente poco interessanti.

Tutto questo delinea un quadro paradossale: il social network per sua stessa natura è un’architettura basata essenzialmente sulle relazioni. Ciò malgrado, queste relazioni sono soltanto un’apparenza, perché nel fatto la maggior parte di queste sono labilissime o addirittura moleste. Si sta nel social network per appagare il proprio desiderio di sentirsi in relazione, eppure quasi nessuna delle relazioni – e delle comunicazioni – stabilite nel social network è realmente appagante. Proprio questo paradosso è il tallone d’Achille del modello dei social network orizzontali come Facebook. Tentare di ipotizzare il futuro dei social network generalisti significa essenzialmente riflettere su quali altri modelli possono avere le caratteristiche per superare questa criticità, che con ogni probabilità potrà segnare in tempi non troppo lunghi il declino di questo modo di comunicare attraverso la Rete.

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